Il morbo di Parkinson è una patologia neurologica complessa che spesso viene diagnosticata quando i sintomi motori sono già evidenti. Tremori, rigidità muscolare e difficoltà nei movimenti compaiono infatti solo dopo che una parte consistente delle cellule cerebrali è già danneggiata.
Una nuova ricerca condotta dalla Chalmers University of Technology in Svezia insieme all’Oslo University Hospital potrebbe però cambiare radicalmente questo scenario. Secondo i ricercatori, sarebbe possibile individuare la malattia attraverso un semplice esame del sangue, fino a vent’anni prima della comparsa dei sintomi clinici.
Cosa accade nel corpo prima del Parkinson
Nelle fasi iniziali della malattia, molto prima che il cervello mostri segni evidenti di degenerazione, l’organismo attraversa una serie di cambiamenti silenziosi. In particolare, si attivano processi legati alla riparazione del DNA e allo stress cellulare.
Questi meccanismi lasciano delle vere e proprie “tracce biologiche” nel sangue. Secondo gli studiosi, tali segnali risultano presenti esclusivamente nelle fasi precoci e tendono a scomparire quando la malattia è già conclamata.
È proprio questa finestra temporale a rappresentare uno dei punti più interessanti della scoperta.
Parkinson: il ruolo dell’intelligenza artificiale
Per individuare questi segnali invisibili a occhio nudo, il team di ricerca ha utilizzato sistemi di machine learning, in grado di riconoscere schemi complessi nei dati biologici.
I modelli analizzati hanno permesso di distinguere chiaramente i soggetti sani, i pazienti già diagnosticati e le persone che si trovavano nella fase iniziale del processo patologico, quando il Parkinson non si manifesta ancora con disturbi motori.
Secondo i ricercatori, questi biomarcatori nel sangue riflettono i meccanismi biologici precoci della malattia e potrebbero diventare la base per programmi di screening su larga scala.
Quando compaiono i sintomi motori del Parkinson, tra il 50% e l’80% delle cellule nervose coinvolte risulta già compromesso. Questo rende estremamente difficile intervenire in modo efficace.
Individuare la malattia in anticipo significherebbe invece poter agire quando il danno neuronale è ancora limitato, aprendo la strada a terapie mirate per rallentare o bloccare la progressione.
Secondo gli autori dello studio, la possibilità di studiare il Parkinson mentre si sviluppa potrebbe aiutare anche a individuare nuovi farmaci o a riutilizzare medicinali già esistenti per altri disturbi.
Parkinson: quando potrebbe arrivare il test
Gli scienziati stimano che, se ulteriori studi confermeranno i risultati, i test del sangue per la diagnosi precoce del Parkinson potrebbero entrare nella pratica clinica entro i prossimi cinque anni.
Resta comunque necessario ampliare le ricerche, poiché l’attività genetica rilevata nel sangue non rispecchia completamente ciò che avviene nel cervello e alcuni fattori esterni, come l’uso di farmaci, potrebbero influenzare i risultati.
Oggi nel mondo vivono oltre 10 milioni di persone con Parkinson, una delle malattie neurodegenerative più diffuse dopo l’Alzheimer. Non esiste ancora una cura definitiva, ma la ricerca sta compiendo passi sempre più significativi.
La possibilità di riconoscere la malattia molto prima dei sintomi rappresenta una svolta scientifica reale, capace di cambiare non solo l’approccio terapeutico ma anche la qualità di vita dei pazienti.
Comprendere il Parkinson nella sua fase invisibile potrebbe essere il primo passo per fermarlo prima che lasci segni irreversibili.



