IBD: un semplice test delle feci può prevedere le riacutizzazioni fino a 2 anni prima

Nelle malattie infiammatorie intestinali (IBD) uno degli aspetti più complessi da gestire è l’imprevedibilità. Le fasi di remissione possono durare mesi, a volte anni, poi improvvisamente compaiono i sintomi e la malattia si riattiva.

Per questo motivo la ricerca si sta spostando sempre di più verso un obiettivo preciso: anticipare le riacutizzazioniprima che diventino clinicamente evidenti.

Uno studio pubblicato sulla rivista Gut e condotto dall’University of Edinburgh su oltre 2.600 persone con IBD in fase di remissione ha aggiunto un elemento importante in questa direzione. Il dato più rilevante riguarda la calprotectina fecale, un marcatore già utilizzato nella pratica clinica per misurare l’infiammazione intestinale.

I ricercatori hanno osservato che livelli elevati di questo parametro, anche in assenza di sintomi, sono fortemente associati a un aumento del rischio di riacutizzazione nei due anni successivi. Nei pazienti con colite ulcerosa, il rischio di flare clinicamente confermato arrivava a circa il 34% nei soggetti con valori alti, contro poco più del 10% in quelli con livelli bassi.

Questo suggerisce che l’infiammazione può essere presente in forma subclinica, quindi invisibile, molto prima della comparsa dei sintomi. In altre parole, il processo patologico non inizia quando si manifesta ma evolve già da tempo a un livello non percepibile.

Dal punto di vista clinico, il dato è rilevante perché introduce un cambio di prospettiva. Non si tratta più solo di reagire ai sintomi ma di utilizzare biomarcatori oggettivi per intervenire in anticipo. È un passaggio verso una gestione più preventiva e meno reattiva della malattia.

Ibd, dieta e rischio: cosa emerge davvero dallo studio

Accanto ai biomarcatori, lo studio ha analizzato anche il ruolo dell’alimentazione. In particolare, nei pazienti con colite ulcerosa è emersa un’associazione tra consumo abituale elevato di carne e maggiore rischio di riacutizzazione. Il rischio risultava quasi raddoppiato rispetto a chi ne consumava meno.

Questo risultato però non è stato osservato nel morbo di Crohn, il che suggerisce che il rapporto tra dieta e infiammazione intestinale non è uniforme e dipende dal tipo di patologia.

Un altro aspetto interessante è ciò che non è emerso. Non sono state trovate associazioni consistenti tra rischio di flare e consumo di fibre, alcol, grassi polinsaturi o alimenti ultra-processati. Questo contrasta con alcune convinzioni diffuse e indica quanto il ruolo della dieta sia più complesso e meno lineare di quanto spesso venga semplificato.

È importante sottolineare che si tratta di uno studio osservazionale. Non dimostra che il consumo di carne sia una causa diretta delle riacutizzazioni ma evidenzia un’associazione che dovrà essere approfondita con studi controllati.

Nel complesso, i risultati indicano una direzione abbastanza chiara. L’integrazione tra biomarcatori e fattori legati allo stile di vita potrebbe permettere una gestione più personalizzata dell’IBD. Non più protocolli standard uguali per tutti ma strategie adattate al rischio individuale.

In questo contesto, la calprotectina fecale si conferma uno strumento centrale. Non solo per monitorare l’attività della malattia ma per individuare segnali precoci di riattivazione, quando l’intervento può essere più efficace.

Il punto chiave non è cambiare radicalmente approccio ma anticipare. Spostare l’attenzione da ciò che si vede a ciò che sta già succedendo, anche quando non è ancora evidente.

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