Conte e gli Infortuni al Napoli: “Troppe Partite”. Cosa dice la scienza

Antonio Conte, allenatore del Napoli, sostiene che si giochi troppo, che i calciatori siano spremuti da un calendario folle e che l’esplosione di infortuni sia la conseguenza diretta di questo sistema. La domanda è semplice e scomoda: quanto c’è di vero – anche scientificamente – in questa denuncia, e quanto invece è alibi, gestione discutibile del turnover o narrativa comoda a risultato acquisito?

Conte, il Napoli e la “bomba” degli infortuni

Negli ultimi mesi il Napoli di Conte ha visto cadere uno dopo l’altro diversi titolari, con stop muscolari e traumi seri che hanno condizionato rosa, risultati e umore dell’ambiente (ultimo l’infortunio di McTominay nella sfida contro il Genoa) Il tecnico ha parlato apertamente di “troppe partite”, di giocatori costretti a scendere in campo senza recupero, di un calcio che “ammazza i ragazzi” in nome del dio denaro e dei calendari intasati da Champions, coppe, nazionali e tournée.

Conte ha sottolineato come alcuni giocatori abbiano praticamente giocato sempre, con pochissimo riposo, in una rosa già corta e con pochi elementi di vivaio da ruotare. Il messaggio è chiaro: se si pretende che gli stessi 13‑14 calciatori reggano 60‑70 gare all’anno, l’ondata di infortuni non è più un incidente di percorso ma una conseguenza strutturale del sistema.

Cosa dice davvero la scienza sui calendari congestionati

Qui è dove la narrativa emotiva lascia spazio ai numeri. Diversi studi sugli infortuni nel calcio professionistico europeo hanno provato a rispondere a questa domanda: giocare ogni 2‑3 giorni aumenta davvero il rischio di farsi male?

Uno dei lavori più citati è lo studio UEFA su 27 squadre di alto livello (Champions League) che ha analizzato più di 8.000 partite in 11 anni. I risultati mostrano che quando tra un match e l’altro ci sono pochi giorni di recupero (ad esempio ≤4 giorni contro ≥6), il tasso di infortuni muscolari, in particolare a carico di flessori della coscia e quadricipite, aumenta in modo significativo. In pratica, se ti alleni e giochi in un regime di calendario fitto, il muscolo arriva più affaticato al match successivo e il rischio di stiramenti e lesioni sale.

Un altro studio su periodi congestionati (sei partite in 18 giorni, più blocchi simili) ha mostrato che:

  • le prestazioni fisiche e tecniche in campo (metri percorsi, sprint, passaggi riusciti) restano sorprendentemente stabili;
  • l’incidenza degli infortuni complessivi nella stagione non cambia in modo drastico, ma il tasso di infortuni in partita è più alto nelle fasi congestionate;
  • al contrario, gli infortuni in allenamento calano perché i club riducono i carichi per compensare la densità di gare.

Interessante anche il dato sui tempi di stop: gli infortuni nelle fasi congestionate tendono ad avere una durata media di assenza più breve rispetto ai periodi normali, probabilmente perché si tratta più spesso di problemi muscolari “da affaticamento” che di traumi strutturali gravissimi.

In sintesi, sul piano scientifico:

  • un calendario congesto aumenta la probabilità di infortuni muscolari in partita;
  • l’incidenza totale di infortuni sull’intera stagione non esplode ma il pattern cambia (più in partita, meno in allenamento, stop mediamente più corti);
  • la performance di squadra non cala in modo evidente, probabilmente grazie a rotazioni, recupero mirato e staff di alto livello.

Quindi sì: l’intuizione di Conte che il calendario congestionato sia un fattore di rischio per gli infortuni ha una base scientifica reale, soprattutto sul versante muscolare. Ma non racconta tutta la storia.

Quando il problema non è solo il calendario

Gli studi citati inseriscono sempre una variabile chiave: la gestione del carico da parte del club. Rotazioni, minutaggi, strategie di recupero, qualità della preparazione atletica e della prevenzione incidono tanto quanto il calendario in sé.

Alcune squadre, con rose profonde e rotazioni coraggiose, riescono a superare periodi con sei‑otto gare in meno di un mese senza aumenti catastrofici di infortuni gravissimi, proprio perché alternano i titolari, modulano gli allenamenti e sfruttano in modo aggressivo recupero, crioterapia, nutrizione e monitoraggi GPS. In uno degli studi su fixture congestion, infatti, la performance ad alta intensità rimane stabile e il rischio di infortunio non cresce in modo drammatico, a patto di avere una rotazione di squadra ben gestita.

Se riportiamo questo quadro al Napoli, la domanda spontanea per un lettore di boomsport.it è: quanto c’è di sistema, e quanto di scelte tecniche? Conte ha evidenziato di aver avuto una rosa “striminzita”, con pochi cambi veri, costretto a spremere sempre gli stessi (basti pensare al caso Di Lorenzo quasi sempre in campo). Ma, nello stesso tempo, diversi osservatori hanno fatto notare che il turnover è stato minimo e che parte degli infortuni potrebbe essere collegata anche alla tipologia di preparazione e alla gestione dei carichi tipica dei suoi staff, storicamente molto esigenti.

Qui la scienza è chiara su un punto:

  • il calendario è un fattore di rischio non modificabile dal singolo staff;
  • la gestione del carico è invece modificabile e può ridurre o amplificare quell’aumento di rischio.

In altre parole: il calendario è il terreno bagnato, ma come corri su quel terreno (rotazioni, metodi, monitoraggi) decide se scivolerai.

“Si gioca troppo”: quanto è un problema di sistema?

Se allarghiamo lo sguardo, il lamento di Conte non è isolato: da anni allenatori di top club europei denunciano un calcio spinto verso 60‑70 partite l’anno tra club e nazionali, con sempre meno pause estive e invernali. Un’analisi accademica dopo il Mondiale in Qatar, ad esempio, ha evidenziato come il congestionamento post‑torneo potesse aumentare il rischio di infortuni, collegandolo alla riduzione dei tempi di recupero e all’accumulo di affaticamento, infiammazione e microlesioni muscolari.

Dal punto di vista fisiologico, il meccanismo è lineare:

  • ogni partita produce fatica neuromuscolare, danno strutturale alle fibre, alterazioni nella biomeccanica del gesto;
  • se il recupero è insufficiente, il muscolo rimane in una fase sub‑ottimale, con più stress sui tessuti molli e meno capacità di assorbire carichi esplosivi;
  • nel medio periodo il rischio di lesione muscolare o sovraccarico aumenta.

Questo non significa che ogni periodo con tre partite a settimana sia automaticamente una “strage di infortuni” ma che il terreno di rischio è più fertile. E se sommi:

  • calendari sempre più stretti;
  • rosa corta o male costruita;
  • poco turnover per scelta tecnica o per mancanza di fiducia nelle seconde linee;
  • preparazioni dure e modelli di gioco ad alta intensità…

…allora la curva del rischio sale in modo deciso. È esattamente il paradosso che molti club vivono: per competere al top devi spingere su intensità, pressing, velocità di gioco – proprio le stesse componenti che, se non accompagnate da recupero e rotazioni, moltiplicano gli infortuni.

Cosa ci insegna questa vicenda

Per un appassionato o uno sportivo amatoriale, la vicenda Conte‑Napoli è una lente d’ingrandimento su un principio semplice: il corpo non è infinito, e il recupero è parte dell’allenamento tanto quanto le ripetute o la partita della domenica.

Le evidenze scientifiche sul calcio d’élite ci raccontano che:

  • aumentare la frequenza delle gare senza aumentare i giorni di recupero aumenta il rischio di infortuni muscolari in partita;
  • la prestazione può reggere a breve termine, ma a costo di stress cumulativo e rotazioni intelligenti;
  • programmare periodi di scarico, curare il sonno, la nutrizione, l’idratazione e il lavoro di forza è ciò che abbassa la probabilità che un semplice affaticamento si trasformi nello strappo che ti ferma mesi.

Se sei un dilettante che gioca due volte a settimana, magari infilando anche una corsa o una seduta in palestra, puoi “leggere” la storia del Napoli come un promemoria: il rischio non è solo quanto giochi, ma quanto tempo lasci al corpo per tornare neutro tra uno sforzo e l’altro. Esattamente come i club professionistici, anche tu puoi:

  • dosare intensità e volume nelle settimane più cariche;
  • evitare di sommare gare tirate, poco sonno e stress lavorativo;
  • usare le sedute di scarico, la mobilità e il lavoro di forza come assicurazione contro gli infortuni.

Conte, con i suoi toni a volte apocalittici, centra un punto che i dati supportano: il calendario moderno è un moltiplicatore di rischio. Ma la scienza aggiunge un pezzo che spesso nel dibattito si perde: dentro questo quadro di partenza, la responsabilità di club e allenatori nel proteggere i giocatori – o nel bruciarli – resta enorme. E riguarda, in modo proporzionale, anche chi legge boomsport.it e ogni settimana si gioca la propria “Champions” tra campi di provincia, calcetto e palestra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *